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camilla passani alba della resilienza
Yellow Birthday

Yellow Birthday: Camilla Passani, L’alba della resilienza

L’alba della resilienza

Resilienza, definizione:

1. capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi;
2. in psicologia: la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Mi sembra coerente iniziare con la definizione del termine “Resilienza” perché l’intero pensiero che mi ha ispirato ha affondato le sue radici in questa semplice e meravigliosa parola.

Non vi è individuo sulla Terra che possa giurare di non aver mai provato dolore. Se così fosse, non avrebbe nemmeno provato amore. Il cuore non fa distinzioni fra amore e dolore. Il cuore sente. Oppure non sente. In tal caso è congelato.
Anestetizzato. Addormentato. Impossibilitato.

Vi sono individui che cercano per tutta la vita una chiave per proteggersi dal dolore. Così facendo però si precludono anche la possibilità di provare amore. Vogliamo evitare il dolore perché temiamo di non poterlo sostenere, oppure perché vi è ancora molta vergogna di fronte al trauma o al torto subito. Vi è una parte di noi che si ritiene responsabile anche quando non lo è. Così ci blocchiamo.
E non vi è resilienza né guarigione.

La nostra voce interiore, la voce del nostro cuore non ha modo di manifestare il suo sentire, perché questo viene taciuto. Un silenzio così profondo che si perde dentro di noi in chissà quale luogo. E diventa impossibile poi ritrovarne il suono. La vulnerabilità, la fragilità e la possibilità di essere feriti sono tutte sfaccettature del cuore. Non possiamo impedire che questo accada ricoprendoci di un’armatura di ghiaccio.

Vi sono molte favole che parlano di questo concetto in senso metaforico. La più conosciuta è “La Regina delle nevi”. Un cuore trafitto dal ghiaccio non è più caldo. Il calore è ciò che muove l’anima. Il calore è la spinta che anima l’entusiasmo. È l’istinto di sopravvivenza, lo slancio, la molla. Ma se il cuore è muto, la voce interiore si nasconde e non parla.

Le origini del congelamento sono diverse. Le prime ferite arrivano nell’infanzia. Ma possiamo collezionarne moltissime durante tutta la vita. Dato che non abbiamo gli strumenti per dare un nome a questo dolore, lo giudichiamo sbagliato, e per la vergogna lo nascondiamo. Temiamo che non sarà accettato, che non sarà consolato, temiamo che di conseguenza noi non saremo accettati né consolati. Dunque, la razionalità ci suggerisce una via: il congelamento. Sempre lui, il fratello minore della
sopravvivenza.

Ma vi sono due tipi di sopravvivenza:
1. la sopravvivenza intesa come movimento e ricerca della nostra natura e della serenità nella condivisione;
2. la sopravvivenza nel restare immobili in una situazione che distrugge giorno dopo giorno la nostra gioia.

Il congelamento è pericoloso, è un’arma: serve per la difesa, tuttavia ci ferisce. E questo è il colmo. Inoltre, nessun individuo riesce a fare un lavoro “ben fatto”, nel senso, non possiamo totalmente proteggerci dietro alla barriera di ghiaccio. Ecco perché ogni tanto l’anima, affamata, rischia di inciampare in tentazioni distruttive. È alla ricerca del calore, dell’amore, ma lo fa in modo compulsivo, disattento, ingenuo, e inciampa in disperate trappole.

C’è da aggiungere che il dolore trova altre vie per sfuggire alla morsa del ghiaccio: l’inconscio. La voce interiore erompe nei sogni, tramite incubi e disturbi del sonno. Gli incubi più comuni sono: sensazione di vertigine, inseguimento da parte di uno o più assassini, sensazione di voler urlare ma non si ha la voce, sensazione di paralisi, morte e lutto con successivo pianto e senso di solitudine non accolta e assenza di rassicurazione, senso di frustrazione, senso di impotenza, impossibilità di agire e via così.

Per quanto si desideri indossare l’armatura di ghiaccio, il congelamento non sarà mai totale, se no saremmo morti, ma può essere comunque letale, perché la paura del dolore guiderà i nostri movimenti. E non sarà più possibile aprire il cuore. Anche volendo. Da qui nasce il desiderio di tenere nascosto il dolore. Perché è vergognoso. Perché non è sintomo di forza, ma anzi di debolezza. Perché è meglio salvare l’apparenza invece della sostanza.

Il congelamento è la malattia, non il sintomo. Ecco perché è necessario conoscersi per scavare dentro di sé e far emergere i sintomi (le ferite del dolore). Un dolore che non ha avuto la sua legittimità, che non è stato ascoltato, che non è stato coccolato, accolto. Un dolore che non ha avuto giustizia. Che non ha avuto posto nel nostro mondo interiore e che non ha saputo prendersi questo spazio nemmeno nel mondo esteriore. Forse nessun individuo a noi vicino è stato in grado di ascoltare ciò che
avevamo da raccontare. E noi, non siamo riusciti a fidarci, perché la paura di essere sbagliati ha avuto la meglio. La scala dei dolori è molto vasta.

Ma la modalità di azione è quasi sempre la stessa: omissione, vergogna, silenzio, “va tutto bene”. E così cresce lentamente, quotidianamente, la convinzione che siamo soli. La sensazione di essere soli è la più terribile da sopportare dall’essere umano. La convinzione di non essere capiti è la matrice della chiusura. La nostra difesa è il congelamento. Ma a volte può essere l’esilio. Come un animale cerchiamo una tana dove poter leccare le ferite, in solitudine, perché lì fuori nessuno può capirci, là fuori vi sono solo pericoli, perciò è meglio restare immobili, nell’oscurità.

Siamo d’accordo che la forza dell’individuo risiede nella sua interezza, nella sua integrità. Sappiamo tutti che essere “divisi” ci rende più deboli. Ecco una delle conseguenze del dolore taciuto: l’indebolimento. Questo accade perché nascondendo una parte di noi (i traumi, le sofferenze) perdiamo la forza della nostra natura interiore. Che è un organismo fatto di tantissime sfaccettature ed incastri. Esattamente come il corpo umano, tant’è che quando ci facciamo male cerchiamo subito di curare una ferita, andiamo dal medico, prendiamo medicine; tuttavia per il cuore, per la psiche e per l’anima questo non accade. Perché parliamo del mondo interiore, dell’invisibile, dell’intangibile. Solo noi abbiamo la possibilità di vedere ciò che agli altri è precluso.

Solo noi possiamo mostrare loro ciò che vive nel nostro giardino interiore.
L’enorme differenza tra un individuo forte e uno debole non è l’assenza di ferite, ma l’assenza di calore. Un uomo o una donna forte sono pieni di cicatrici, ma i loro occhi continuano a brillare.

Il calore è l’aiuto che viene da dentro, ma se osserviamo bene, spesso il calore può venire da fuori (nelle favole gli amici soccorrono l’eroe). Ma se siamo esiliati nessun amico potrà raggiungerci, in tal caso, siamo destinati a soccombere nell’abisso. Se l’individuo sceglie l’esilio la solitudine lo divorerà. Se intorno a noi non ci sono persone in grado di ascoltare, occorre cambiare luogo.

Cambiare habitat. Come fanno gli animali. Occorre emigrare. Ne va della nostra sopravvivenza. Ci sono sofferenze taciute e minimizzate che non hanno mai avuto modo di cicatrizzarsi a dovere. O meglio non sono state piante il tempo necessario alla cicatrizzazione. E il tempo lo sceglie chi soffre: è lui che scandisce i minuti, i giorni o gli anni necessari alla guarigione. Tuttavia, nell’habitat della sofferenza, nella grotta oscura, il tempo non esiste: la sofferenza è per sempre.

Il solo rimedio è comunicare il lutto. Comunicare il dolore. Piangerlo e lasciarlo esistere per ciò che è. Ed essere anche felici di provarlo, perché questo vuol dire che non si è congelati. Che non si è imprigionati in un’armatura ghiacciata che ha anestetizzato i movimenti del cuore.

A volte il dolore è subito, altre è inferto, nel secondo caso l’individuo si sente così in colpa, prova così tanta vergogna, che preferisce tacere piuttosto che assumersi il rischio di essere giudicato.
Cambia la dinamica ma la conseguenza è la stessa: il silenzio porta al congelamento.

Il confronto porta all’avvicinamento, all’apertura e dunque al calore. La nostra alleata è sempre Signora Comunicazione. È lei la nostra strada da percorrere. La comunicazione è quella forza in grado di distruggere le barriere che con il tempo si sono innalzate dentro di noi. Barriere molto forti adesso. Barriere radicate. Che si fortificano ogni volta che l’automatismo ci porta a tacere “Ancora una volta. Sarà l’ultima. Poi cambierò e così, il nostro cuore diventa sempre più isolato, sempre più esiliato. Un piccolo punto inarrivabile.

Pensiamo di volerci proteggere dal dolore, ma in realtà ci precludiamo la possibilità di vivere l’amore. Di scambiare con il mondo. Di dare e ricevere calore. Il regno di ghiaccio vive dentro di noi. E siamo troppo lontani per poter comunicare ciò che davvero dice la nostra voce interiore. Perché adesso a parlare è semplicemente la razionalità che “Non vuole rogne nel suo locale”. Perché esprimere i sentimenti, così come sono, è molto difficile. È un impegno di ogni giorno ed è a volte una battaglia difficile da combattere perché là fuori vi è un esercito di ghiaccioli che, come noi, ha imparato a difendersi.

Ma parlare la lingua del ghiaccio è una perdita di tempo, perché non è la verità quella che esce dalle labbra, quanto piuttosto una facciata che si nutre di discorsi di un’apparente tranquillità e divertimento. Le distrazioni dal fermarsi a pensare e soprattutto a sentire sono molte.

Chi decide di parlare lo deve fare solo con la persona che gli trasmette fiducia. Una persona in grado di farlo sentire accolto. Che può soffrire con lui e che può anche abbracciare il suo dolore. Una persona che saprà sostenere le urla e le lacrime. Una persona che potrà guardare tutto questo dolore senza però crollare, ma anzi, rimanere ben salda per lui, ed eventualmente anche guidarlo nella via della resilienza. Ovvero nella ricostruzione di sé. Nella ricerca dell’integrità perduta. Nell’interezza che ci appartiene.

Questa è la via della guarigione.
Una ferita, tramite un percorso di guarigione, può diventare cicatrice. Non sarà più pelle liscia, sarà cicatrice. Ma tutti i saggi sanno che le cicatrici sono più resistenti della pelle liscia. Ecco perché in molte tribù gli avi ne vanno fieri. Le cicatrici di guerra. Le nostre cicatrici. Nelle culture orientali se si rompe un oggetto lo si assembla e la parte spezzata viene ricoperta d’oro per onorarne la frattura. Non si nasconde il dolore, lo si esalta, lo si evidenzia perché il fatto di essere tornati interi è motivo di forza e di fierezza.

Siamo orgogliosi di avere curato e guarito le nostre ferite. Siamo fieri delle nostre cicatrici. Siamo esseri resilienti. Siamo integri e presenti. E i nostri cuori sono vivi e battono al ritmo dell’amore ed emanano calore a dismisura, a profusione anche, perché conoscono il dolore, sanno che esiste, ma soprattutto sanno come fare fronte ai cicli della Vita. Temono invece il silenzio e il gelo dell’anima.

Questa è la sola cosa da temere e per assurdo l’unico individuo che può portare l’era glaciale si trova qui, aldilà dello specchio: io.

Camilla.

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